Cosa accade nel cervello quando viaggiamo con la mente

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Il neuroscienziato Joseph Kable, docente nel dipartimento di psicologia a Penn, Trishala Parthasarathi e il ricercatore Arthur Lee, impegnato con un progetto di dottorato a Berkeley, hanno sperimentato l’uso delle scansioni MRI scans, Imaging a risonanza magnetica, per mostrare cosa accade nel cervello durante un atto di immaginazione.

Cosa accade nel cervello quando viaggiamo con la mente?

“We’ve made a lot of progress understanding what happens when we’re in the here and now. We have focused less on what people spend a lot of time doing: thinking about things that aren’t in front of our faces”
Joseph Kable

Tecniche di Imaging a risonanza magnetica vengono sperimentate da anni: conosciamo meglio ciò che accade alla mente quando siamo nel qui e ora. Invece, appare meno chiaro cosa succede quando le persone pensano a cose che non sono immediatamente lì, presenti. Nelle ricerche precedenti quando alle persone veniva chiesto di chiudere gli occhi e semplicemente lasciar vagare la mente, le scansioni MRI rilevavano attività nelle regioni chiamate “default mode network”, (DMN), detto anche “default network” o “default state network”, ovvero “sistema della condizione di default”. La rete neuronale di default si attiva durante lo stato di riposo, ma anche in altre condizioni della mente, per esempio quando sogniamo a occhi aperti. Si attiva sia quando pensiamo al futuro, sia quando ricordiamo il passato e gli studi mostrano che è alterata quando si soffre di Alzheimer o disturbi dello spettro autistico.

Arthur Lee e Trishala Parthasarathi, coordinati da Joseph Kable, hanno creato una lista di 32 scenari immaginari con diversi gradi di intensità e gradevolezza. Quattro le categorie di appartenenza: vivid-positive (intenso-positivo), vivid-negative (intenso-negativo), nonvivid-positive (non intenso- positivo), and nonvivid-negative (non intenso negativo). Ai volontari è stato chiesto di valutare l’intensità e la gradevolezza di ciascun scenario: nel frattempo veniva rilevata l’attività delle regioni cerebrali attraverso la risonanza magnetica e, indirettamente, registrata la pressione sanguigna, che sappiamo essere un parametro importante per lo studio delle reazioni emotive e dello stress.

Il subnetwork, la sottorete associata all’ippocampo, mostra di attivarsi in risposta a scenari intensi e sembra essere “constructive”: virtualizzante, per dirla con il linguaggio della semiotica. Ovvero, la cui competenza è legata alla modalità del voler-fare: la sfera del desiderio, che viene prima dell’attualizzazione e al tempo stesso rappresenta un passaggio necessario per poter passare all’azione. Questo è profondamente connesso con la fonte dell’immaginazione, ha spiegato Kable.Le altre sottoreti, invece, hanno mostrato di rispondere maggiormente all’aspetto emozionale, postivo vs negativo, di ogni evento immaginato.

Immaginare… i dettagli

Jessica Andrews-Hanna, assistente alla cattedra di psicologia presso l’università dell’Arizona, ha identificato le regioni cerebrali coinvolte nella descrizione dei dettagli di un evento, sia nel passato sia nel futuro: esse in gran parte coincidono con le aree associate al parametro dell’intensità prese in considerazione dal team di ricerca di Kable. Una forte attività in queste regioni, ha spiegato la ricercatrice, è un segnale di qualcuno che sa come fare le cose.

Quando stabiliamo un obiettivo che vogliamo raggiungere, infatti, immaginare la meta e farlo con ricchezza di dettagli funziona da facilitatore per la realizzazione dei nostri desideri. Le sottoreti centrale sull’emozione potrebbe risultare utili per misurare il tipo di attività nelle persone bloccate nei pensieri negativi e ripetitivi. Nello stesso modo si potrebbero indagare le configurazioni della default mode area come aiuto per la diagnosi di Alzheimer.

L’intensità con cui una persona immagina un certo evento è connessa al tempo? Sappiamo immaginare meno bene il futuro rispetto al presente: quello che immaginiamo coniugato al futuro è spesso un’immagine sfocata, priva dei dettagli che invece sarebbero utili per far atterrare l’idea nella realtà. È un rischio che abbiamo anche al presente, perché con altrettanta frequenza si tende a sovrapporre l’immagine di ieri sull’oggi, sarà forse per questo che cambiare alla fine risulta così difficile.
Difficile è immaginare di poter cambiare.

FONTI
Immaginazione, studio con scansione MRI, The Philadelphia Inquirer

Lo studio

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