La mente inconscia

Square

John A. Bargh e Ezequiel Morsella, autori dello studio “The Unconscious Mind” nel 2008 lo indentificavano come “conscious-centric” bias. Il fatto è che diamo centralità a tutta quella che è la nostra parte conscia, emersa, mentre l’inconscio nella nostra mente è quel territorio che sprofonda nel buio, sommerso come un’Atlantide di cui non riusciamo ad afferrare le immagini, incalcolabile, non controllabile e per questo tanto più pericoloso, degno di sospetto e classificato come “irrazionale”.

“Unintentional nature”: l’intenzionalità, emerge dalle ricerche sociali, è ciò che sembra agire come discriminante fra “conscious” e “unconscious”, un termine su cui sarebbe necessaria una riflessione. Perché da una parte c’è “consciousness”, coscienza, dall’altra “awareness”, consapevolezza. Nonostante certe traduzioni mescolino i termini, c’è differenza.

Quanto conta la consapevolezza nelle nostre scelte? Quante scelte prendiamo inconsapevolmente? Milioni

In ogni istante della giornata, in ogni attimo della nostra vita millenaria il corpo prende informazioni, dall’interno e dal mondo esterno: caldo, freddo, odori, puzze, pericoli, oggetti all’orizzonte, emozioni. Registriamo con la pelle, con gli occhi, con i piedi: il cervello coordina, districa, batte i tasti, funge da possibilità di un circuito comunicante come il cavo di un computer conduce l’elettricità che serve a far funzionare il tutto. Anche se forse la metafora non è del tutto corretta, perché cè un cavo sì, ma il mistero dell’elettricità che corre dentro è un’altra questione e lo sa bene il cuore, che continua a battere decretando il tempo della nostra vita. Solo quando il cuore smette di battere è la morte.

Camminiamo nel viaggio della nostra vita, giorno per giorno, e intanto il corpo prende appunti. Si ricorda degli spigoli, memorizzati a suon di lividi; ormai conosce ciò che ci fa bene e ciò che male, anzi a volte smette persino di chiederselo (è il rischio calcolato dell’abitudine). Il corpo fa in modo di rendersi e renderci la vita più facile, ci aiuta a schivare i pericoli, dribbla gli ostacoli. Dobbiamo essergli grati. È anche per questo che non possiamo essere consapevoli di tutto. Probabilmente impazziremmo.

La consapevolezza emerge, granulare e variabile, come sul bagnasciuga a piedi nudi quando avvertiamo la differenza di temperatura e ci rendiamo conto di essere immersi fra elementi diversi, acqua aria e terra. Consapevolmente, ci rendiamo conto del confine fra le cose. Il confine segna il luogo dove una cosa finisce e un’altra inizia. E allora, lì, alla frontiera, ci accorgiamo della sagoma occupata da noi e dal mondo, delle porzioni di spazio.

Ma esiste uno spazio sommerso di cui non ci rendiamo conto; è uno spazio su cui non abbiamo potere, se non altro quel potere di controllo che agogniamo tanto. Il corpo prende decisioni per noi e non ci chiede permesso. Succede tutte le volte che indichi qualcosa d’istinto, tutte le volte che dici qualcosa senza fermarti a pensare veramente; spesso succede che accade quando dobbiamo agire in fretta. Prendiamo milioni di decisioni ogni giorno e non ce ne rendiamo conto.

A volte va bene, altre volte… meno bene. Il fatto è che tutto questo ha a che fare con la nostra mente inconscia e con tutto ciò che è sommerso, che resta nascosto alla nostra consapevolezza. E il problema non è rendere tutto consapevole (sarebbe impossibile), ma renderci consapevoli di quanto inconsapevoli. Siamo inconsapevoli, questo è un motivo per evitare di arroccarci sulle nostre posizioni e lavorare per la flessibilità.

Da fare

Uscire dall’abitudine

Da leggere per approfondire

The Unconscious Mind studio di John A. Bargh e Ezequiel Morsella

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *